“Teofilo Patini. Le verità dipinte” in mostra al Museo Paparella Treccia di Pescara
di Francesco Spilabotte

Dopo aver esposto nel 2025 una retrospettiva sull'attività grafica di Carlo Carrà, il Museo Paparella Treccia Devlet di Pescara ospita una mostra antologica del maestro Teofilo Patini (1840-1906) dal titolo Teofilo Patini. Le verità dipinte.
La mostra, a cura di Pasquale Del Cimmuto — direttore della Pinacoteca Patiniana di Castel di Sangro, nonché cultore e studioso di Patini — espone circa trenta opere del pittore verista ottocentesco, provenienti dal museo stesso, dal Comune di Calascio e da collezioni private.
L'evento è stato inserito all'interno dell'VIII edizione del Festival Dannunziano, diretto da Giordano Bruno Guerri. Come sottolineato da Augusto Di Luzio, Presidente della Fondazione R. Paparella Treccia e M. Devlet: «l'omaggio all'artista abruzzese deriva dall'esigenza di riaffermare il ruolo storico del maestro verista e offrire al pubblico e agli studiosi un'opportunità di rilettura approfondita, rigorosa e aggiornata della sua opera, sottraendola a letture parziali o riduttive che troppo spesso ne hanno circoscritto l'importanza.»
Formatosi a Napoli presso il Regio Istituto di Belle Arti, Patini ebbe l'opportunità di entrare in stretto contatto con le poetiche veriste di Domenico Morelli e i fratelli Palizzi, da cui verrà significativamente influenzato. Da un interesse iniziale verso la pittura storica, se ne discosterà per poi volgersi alla rappresentazione della realtà sociale, in un periodo in cui la Questione meridionale era considerevolmente sentita, arrivando a denunciare lo sfruttamento dei lavoratori.

Il periodo storico e culturale in cui è vissuto (il suo impegno con i garibaldini e la lotta al brigantaggio) influenzò sensibilmente il suo pensiero e la sua produzione artistica. Le opere di Patini si caratterizzano per una forte carica espressiva e una visione fortemente realistica e vicina alla realtà più umile dell'epoca, come quella dei pastori e dei contadini. Il pittore di Castel di Sangro riproduce figurativamente con grande acume e mesta consapevolezza la fame, la fatica e la miseria di quelli ritenuti e considerati la categoria degli "ultimi", un destino tragico e immutabile, in cui il progresso post-unitario, anziché liberare le classi più deboli, le ha schiacciate. Una cronaca pittorica figurativa, inquietante e realista, dà voce a coloro che sono segnati dalle fatiche di un'ingiustizia sociale alienante. Le opere restituiscono all'osservatore una realtà non distante dall'epoca contemporanea, alla quale si legano con una forte carica comunicativa. Un accostamento alquanto pertinente è quello con lo scrittore verista e coevo di Patini, Giovanni Verga, a proposito dell'ideale dell'ostrica o del ciclo dei Vinti (si veda a tal proposito I Malavoglia, Mastro-don Gesualdo) in cui narra la lotta quotidiana per la sopravvivenza di contadini, pescatori o minatori, come il protagonista della novella Rosso Malpelo.
Il percorso espositivo ricostruisce sala per sala la carriera artistica di Patini, con descrizioni, approfondimenti e curiosità sulle opere esposte. All'ingresso della mostra, ogni visitatore riceve un catalogo che lo accompagna durante la visita. L'artista verista offre all'osservatore scene di vita umile e contadina, cariche di una forte accusa sociale. Al contempo, nei suoi lavori, si possono osservare anche una velata ironia e attimi di letizia, come in Prima lezione di equitazione, accostati a momenti di forte apprensione e tensione narrativa, come in Pulsazioni e palpiti. In altri ancora, si possono esaminare contestualmente attimi di drammaticità e attimi di grazia.

La Fondazione ospita la celebre "triade sociale" capace di condensare e di riassumere in tre opere il pensiero e la visione dell'artista. Le tre opere sono L'erede, Bestie da soma, di cui è esposto lo Studio per Bestie da soma – La giovane, presente anche nel manifesto, e Vanga e latte. Di quest'ultimo è presente in esposizione un piccolo bozzetto eloquente eseguito prima del 1886, caratterizzato da pennellate rapide, disordinate e materiche, ma, come per tutte le prove estemporanee di Patini, capace di raccogliere l'essenza della scena (la grande tela è attualmente esposta al Ministero dell'Agricoltura a Roma).
Nelle opere di Patini le classi più umili riacquistano la loro dignità; questo è un aspetto che unisce fortemente l'artista abruzzese a Jean-François Millet, principale esponente della Scuola di Barbizon a dedicarsi a lavoratori rurali, conferendo loro centralità (si pensi a Il seminatore, fulcro di questa rivoluzione visiva, in cui il contadino non fa più da contesto, ma occupa, quasi per intero, la tela, da cui attingerà successivamente anche Vincent Van Gogh).

In L'erede (di cui è esposta la riedizione tarda del 1906), considerato uno dei lavori più importanti, crudi e rappresentativi dell'Ottocento italiano, in particolar modo nella corrente del verismo e nella pittura sociale, una scena struggente domina la tela. Nella composizione, si stagliano tre figure dentro una stamberga; una famiglia in una situazione di sofferenza soffocante e oppressiva. Il soffitto, pressappoco ad altezza d'uomo, enfatizza questa condizione claustrofobica. Al centro dell'opera giace un uomo morto coperto parzialmente da un sudario logorato. L'unico elemento a separarlo da terra è un mantello lacero. Sullo sfondo si trova una donna accasciata su una cassapanca, affranta dalla situazione drammatica che sta vivendo. Tra le due figure genitoriali è posto nudo un bambino intento a giocare con una cipolla, ulteriore segno dell'estrema povertà della famiglia. In quest'opera Patini effettua il processo inverso a quello di Caravaggio: se quest'ultimo partiva da un soggetto sacro raffigurandolo con i volti di umili e prostitute, Patini parte da una famiglia di contadini simbolo di una natività e di una deposizione, in una sorta di "sacralizzazione dell'umano". I tre personaggi rievocano una natività al contrario in cui l'assoluta povertà è testimoniata anche dall'assenza di animali. Il nuovo nato dovrebbe rappresentare una speranza, ma il pittore ne ribalta il significato, raffigurando la venuta al mondo come condanna a ereditare una vita di miseria (si pensi agli ultimi versi di Natale di Salvatore Quasimodo "Ma c'è chi ascolta il pianto del bambino/che morirà poi in croce fra due ladri?", in cui la visione del presepe si incrina e la nascita del bambino anziché presentare un momento di gioia, prospetta un futuro di altrettanta miseria e sofferenza). Ai colori scuri, terrosi e tetri che dominano gran parte dell'opera, si oppone la pelle pura e bianca del neonato, che spezza violentemente l'intero contesto. Diventa infatti il punto di luce focale dell'opera, esattamente come il Bambin Gesù nelle natività dei grandi maestri del Seicento. Al corpo del padre che resta steso, riconducibile alla morte e alla deposizione del Cristo morto, alla madre e moglie disperata che ricorda le pose della Madonna addolorata, si contrappone il bambino che con lo sguardo verso l'alto sembra quasi ricercare una intercessione laica, un grido silenzioso dinanzi all'ingiustizia sociale che avvolge, non solo la sua famiglia, ma gli ultimi. Patini approdò solo in un secondo momento alla pittura sociale: al suo primo periodo, legato al romanticismo storico, appartiene Salvator Rosa e la Compagnia della Morte (1866).

Il dipinto si riferisce ad una temuta, leggendaria accolita di artisti ribelli napoletani del Seicento, tra cui per l'appunto Salvator Rosa insieme ad Aniello Falcone e Masaniello, nota come "Compagnia della Morte" che secondo il racconto romantico e la tradizione storiografica, durante la notte diventavano spadaccini armati con l'intento di vendicare tutti i torti subiti dalla popolazione da parte dei dominatori spagnoli. La grande ammirazione di Patini per Salvator Rosa, per quel "pittore tagliagamba", è tale da dedicargli diverse opere pittoriche. La stima del pittore è da ricondurre al fatto che Salvator Rosa è un personaggio capace di schierarsi eroicamente dalla parte dei più deboli e costituisce quasi un ideale anticipatorio di quello che sarà poi la vera e propria pittura sociale. La Fondazione Paparella, oltre ad ospitare le opere del pittore verista, conserva una preziosa collezione permanente di 151 maioliche castellane eseguite tra il XVI e il XIX secolo da alcuni dei più importanti maestri della tradizione di Castelli, tra cui si annoverano Francesco Grue, Carlo Antonio Grue, Francesco Antonio Saverio Grue e Gesualdo Fuina; un modo per comunicare e tramandare l'arte nelle sue più diversificate forme espressive. La mostra su Teofilo Patini è un omaggio non solo all'artista abruzzese, ma un modo per rievocare la memoria del passato, una denuncia sociale operata con occhio acuto e clinico, capace di comunicare anche ai giorni nostri e ai posteri, in un mondo dove le diseguaglianze sociali sono sempre più evidenti e dove non viene premiato il merito, bensì lo status. Teofilo Patini.
Informazioni
Le verità dipinte è visitabile fino al 21 febbraio 2027, orari 9.30-12.30 e 16.00-19.00.
Lunedì aperto su prenotazione.
Website: https://www.museopaparelladevlet.com