Raffaello e la mostra del millennio: complessità organizzative ai tempi del Covid

25.01.2021

di Anna Maria Amato

Mezzo millennio di ammirazione, di riflessioni, di studi e saggi, mezzo millennio di teorie che hanno costruito, smentito, ricostruito, dubitato.                                                                                                                                                                                              Raffaello Sanzio resta un enigma e ogni sua opera è un elemento che contribuisce ad addensare le nebbie. Sappiamo della sua morte prematura e sappiamo che era solo un bambino quando rimase senza genitori: a otto anni perde la madre, ne ha undici nel giorno in cui perde il padre. Dopodiché dobbiamo abituarci a una storia che per protagonista non ha più un ragazzino, ma improvvisamente un uomo, un imprenditore che s'impadronisce della bottega del papà e governa coloro che in quella bottega lavorano, alcuni da diversi anni. Si tratta di artisti ambiziosi e tutti ovviamente più esperti di lui. Artisti a cui lui si affida e che intanto impara a guidare, artisti a cui presto Raffaello offre occasioni impensabili, che conduce al cospetto delle figure più ricche e potenti del mondo cristiano.                                                                                                                                                                                                                                                                Nell'universo di Raffaello si accede attraverso porte strette, spesso chiuse a chiave. Avvicinarsi alla sua sorprendente infanzia e alla sua adolescenza è un buon codice d'ingresso: c'è in lui qualcosa in più di un artista e qualcosa in più di un ragazzino prodigioso. Raffaello seduce oggi il pubblico, mezzo migliaio di anni dopo la sua morte, proprio come in vita ha sedotto chiunque lo abbia incontrato, compresi papi, re, signori e mecenati che al Raffaello diciottenne, poi ventenne, poi trentenne, hanno affidato le opere più desiderate e di maggior prestigio dell'epoca; opere destinate ai luoghi sacri della cultura e della cristianità, quelle che a quel tempo ciascun pittore, architetto, scultore, anche il più autorevole e potente, desiderava realizzare e che a causa di Raffaello ha inseguito inutilmente.                                                             

Le Scuderie del Quirinale hanno celebrato nel corso del 2020 tutto questo, cogliendo i 500 anni esatti trascorsi dalla sua morte, anch'essa un evento attorno al quale continuano a danzare mille ipotesi.

È stata la mostra più ambiziosa nella storia, per il cui allestimento è occorso un lavoro lungo anni. Una mostra che ha richiesto negoziati spinosissimi con musei di tutto il mondo, tra i quali, la Pinacoteca di Bologna, il Louvre, il Prado, la National Gallery di Londra, gli Uffizi, la National Gallery di Washington e tantissimi altri. Ne è venuto fuori un risultato mozzafiato, mai erano state messe insieme in uno stesso luogo tante opere di un artista del valore di Raffaello, addirittura oltre duecento.

Il destino della Mostra del Millennio è stato come ogni altro aspetto della nostra vita recente condizionato dalla pandemia. Il programma prevedeva l'apertura il 5 marzo 2020, mai avrebbe immaginato di dover chiudere solo pochi giorni più tardi, ben prima delle date fissate. Il 2 giugno è stata riaperta e ha vissuto momenti straordinari, del tutto inediti per una esposizione di questo tipo, con giorni in cui il pubblico ha potuto protrarre le visite fino all'una del mattino e un weekend finale di apertura senza interruzione, un full time durato fino alla mezzanotte del 30 agosto. Inoltre, malgrado le restrizioni e il contingentamento severissimo imposto agli ingressi, sono immediatamente andati esauriti i 120.000 biglietti messi in vendita.

Non è stato semplice per gli organizzatori condurre in porto questo sforzo colossale organizzato nei dettagli e poi costretto a fronteggiare tutto l'imprevedibile del mondo. Mai Raffaello avrebbe immaginato al cospetto delle sue tele un pubblico obbligato a passare su un tappetino decontaminante, a misurare la temperatura con un termoscanner e a sanificare le mani. Le spine organizzative parevano tutte nel compito difficilissimo di ottenere le opere dai 54 prestatori, gran parte dei quali mai le aveva concesse prima e nei dibattiti che in molti casi i prestiti e i timori dei viaggio hanno scatenato, poi però il problema è diventato trattenerle, poiché le date previste delle mostra sono slittate a causa delle porte chiuse del lockdown di primavera. Tutto ciò ha comportato contratti da prorogarem e mille programmi da rivedere, eppure il grande prodigio è avvenuto, è avvenuto ancora. Costretto in questa strana condizione, Raffaello ha dovuto accettare anche un buio del tutto inatteso, non solo quello notturno, ma l'oscurità totale e permanente nella quale è rimasto immerso per settimane, il periodo in cui la mostra è stata rigorosamente chiusa. Quel buio inedito, durato ben oltre le previsioni, se lo sono goduto soprattutto i disegni, che temono la luce e che dunque hanno vissuto più serenamente i tre mesi in più di permanenza alle Scuderie, la carta soffre soprattutto la componente ultravioletta della luce e dunque l'oscurità le ha fatto bene. Tra le numerose prescrizioni tassative che salvaguardano l'ambiente ideale in cui vanno tenute opere di tale fragilità e tale pregio, una impone che i faretti posti accanto alle tele non superino i 25 watt e non emettano calore, inoltre con condizioni di umidità che mai devono discostarsi dal 55%.La mostra del millennio ha vissuto sulle opere immortali di Raffaello, dietro le quali tuttavia si nasconde un lavoro di organizzazione gigantesco, compreso quello assicurativo, senza il quale nulla poteva essere allestito. 

La società di brokeraggio assicurativo che si è occupata dell'evento alle Scuderie ha garantito coperture assicurative per un totale superiore ai tre miliardi di lire, il valore complessivo della mostra. Un altro dei record inavvicinabili che hanno scandito il mezzo millennio di celebrazione raffaelliana, uno dei momenti di luce nel buio doloroso del 2020.  

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