Olympus Arts Awards: intervista a Davide Gelso
di Ilaria Rippa
Il 13 febbraio, il Museo d'Arte e Scienza di Milano ospiterà la cerimonia di premiazione degli Olympus Arts Awards, diretta dalla storica e critica d'arte Francesca Callipari. Tra i 30 nomi selezionati per la Sezione Arti Visive spicca quello di Davide Gelso, un artista che scolpisce il silenzio e la memoria, dando vita a opere che sono un inno alla forza interiore e alla rinascita.

La scultura: il mio risveglio
1. "Resilienza", un'opera ricca di significati tra cui il passaggio, la trasformazione e la rinascita. Quanto c'è in quest'opera di te e del tuo modo di interpretare l'esistenza umana?
«Per questa esposizione presenterò due sculture: "Numero Uno" e "Resilienza". Entrambe mi rappresentano profondamente. "Numero Uno" è la prima, ed è forse l'opera più intima. È quella che mi ha fatto risvegliare: non è nata dal nulla, era semplicemente appisolata da qualche parte dentro di me. Come accade spesso nel mio lavoro, parto dal togliere il superfluo, lasciando emergere la forma naturale del legno. La scultura raffigura un volto da cui scende una lacrima dorata, una luna che si collega al volto e alle spalle, e un torso nell'atto di risvegliarsi. È come se il mio lato artistico stesse tornando alla luce. È lei che, dieci anni fa, mi ha fatto continuare a sognare questo mondo. L'altra opera è "Resilienza", e contiene tantissimo di me, ma anche di tutte le persone che ogni giorno lottano per superare difficoltà, piccole o grandi. I chiodi rappresentano i momenti difficili: alcuni si conficcano dentro e devi imparare a conviverci, altri ti attraversano lasciando segni e ricordi che riaffiorano di tanto in tanto. È una scultura che parla di dolore, ma soprattutto di resistenza e di forza interiore.»

2. Sei stato selezionato tra i trenta vincitori del Premio Internazionale Olympus Arts Awards con esposizione a Milano, al MAS Museo d'Arte e Scienza. Cosa rappresenta per te?
«Essere stato selezionato e poter esporre al MAS è per me un'emozione profonda e un grande motivo di orgoglio. Mi sento ancora agli inizi del mio percorso, ma credo fermamente che ogni crescita passi da passi piccoli e sinceri: le scale si salgono un gradino alla volta, senza scorciatoie. Esporre significa dare luce alle mie opere, permettere loro di essere viste e sentite. Restare al buio non è ciò per cui sono nate, e poterle condividere con gli altri è una delle parti più vere e importanti di questo cammino.»
3. Qual è stata l'opera che ti ha fatto dire "Voglio fare lo scultore"?
«È "Numero Uno", il mio risveglio. »


4. Il luogo dove prendono vita le tue opere: quanto è importante? Potresti lavorare ovunque o solo nel tuo laboratorio?
«In questo periodo le mie opere nascono in una stanza con un grande camino, una stanza che è appartenuta ai miei nonni. Un luogo che custodisce memoria, tempo e silenzio, e che in qualche modo continua a parlarmi mentre lavoro. Ma il mio percorso mi riporta spesso indietro, a quando vivevo in Germania. Allora non avevo uno spazio, né certezze. Ero in difficoltà. Fu uno sconosciuto ad aprirmi una possibilità: mi permise di scolpire nel suo giardino, tra galline e tacchini che giravano liberi, e mi mise a disposizione una piccolissima casetta di legno, due metri per due, dove potevo ripararmi dalla pioggia e lasciare i miei attrezzi. Quello spazio minuscolo conteneva però qualcosa di enorme: la possibilità di continuare. Col tempo quell'uomo divenne uno dei miei più grandi sostenitori. Ci tengo a nominarlo, perché certe persone vanno ricordate: Harald. Grazie a lui ho potuto andare avanti, senza smettere di scolpire. Oggi posso lavorare quasi ovunque, ma se posso scegliere preferisco l'aperto. È lì che il legno respira, e io con lui.»
5. Potresti definire "fare arte" un bisogno?
« Fare arte per me è un bisogno, lo è sempre stato. È il sogno che porto con me da quando ero bambino. Nel luogo in cui sono cresciuto, però, fare arte non rientrava negli standard: era visto come una perdita di tempo. Così ho scelto altre strade, lavori che spegnevano lentamente qualcosa dentro di me, ma che rendevano felici gli altri. Per questo, quando dico che "Numero Uno" è il mio risveglio, lo dico con orgoglio. È il momento in cui ho smesso di addormentarmi per adattarmi e ho iniziato ad ascoltare ciò che ero davvero.»
Save the Date: > Cerimonia Olympus Arts Awards > 13 Febbraio ore 17:30 – Museo d'Arte e Scienza, Milano > Via Quintino Sella n.4, Milano