La Natività di Piero della Francesca e il senso del Natale
di Cinzia Ligas

La Natività è un dipinto, olio su tavola (124,4x122,6 cm), dell'ultima fase artistica di Piero della Francesca, databile al 1470-1475 (o secondo alcuni fino al 1485) e oggi conservato nella National Gallery di Londra.
La scena è ferma, e proprio per questo parla. Nulla accade, eppure tutto è già accaduto. Piero della Francesca posa il Natale fuori dal tempo, come una verità che non ha bisogno di movimento per essere eterna.
Il corpo del Bambino poggia a terra ma riposa sul manto di Maria, steso a terra come una soglia. L'azzurro non è un colore qualsiasi: è il colore del cielo, dell'eterno, della fedeltà incorruttibile. Maria interpone se stessa tra Dio e la terra. Il Figlio tocca il mondo, ma lo fa attraverso di lei. È incarnazione mediata, non brutale. La salvezza passa dal grembo, dal consenso, dalla carne che si è fatta obbedienza.
Quel manto disteso è altare e trono insieme. È un gesto liturgico prima ancora che materno. Maria offre il Figlio, ma allo stesso tempo lo custodisce. Il freddo del suolo è trattenuto, la polvere è vinta non con la distanza, ma con la presenza. Qui Piero è teologicamente precisissimo: Dio entra nel mondo, sì, ma attraverso una donna, attraverso una storia, attraverso un sì pronunciato una volta e per sempre.
L'azzurro che separa e unisce dice anche altro. La terra non è negata, è assunta. Il Bambino è già nel mondo, ma non ancora schiacciato dal mondo. È una promessa. Come se Piero ci dicesse che l'umano può essere trasfigurato, che la materia, quando è offerta, diventa luogo di rivelazione. La nudità non è fragilità sentimentale, è povertà ontologica. Dio non trattiene nulla di sé. Il freddo che immaginiamo è già profezia della Croce, perché chi nasce così è destinato a non difendersi mai.
Maria è inginocchiata, composta, verticale come una colonna invisibile. Le mani giunte non stringono il Figlio, lo offrono. È madre, ma prima ancora è serva. Il suo volto non è estatico, è consapevole. Sa. In lei non c'è sorpresa, ma adesione. È la donna che ha detto sì una volta per sempre, e ora contempla le conseguenze di quel sì che ha cambiato la storia.
Giuseppe è discosto, quasi in disparte. Non domina la scena, non la guida. È il custode silenzioso, figura dell'uomo giusto che non possiede, ma protegge. Il suo stare leggermente defilato dice una verità scomoda e antica: chi ama davvero non occupa il centro, veglia ai margini.
Dietro, la capanna è più un rudere che un riparo. Le travi spezzate parlano di un mondo antico che cede, di un'alleanza che si consuma per lasciar spazio alla nuova. Non è un luogo accogliente, è un luogo di passaggio. Il sacro non nasce mai nel comfort, ma nelle crepe della storia.
Gli angeli cantano, ma non volano. Stanno in piedi, ordinati, quasi architettonici. Il loro canto non è emozione, è struttura dell'universo. La musica che nasce qui non è melodia sentimentale, è armonia cosmica. Il cielo non esplode, si accorda.
Sul fondo, il paesaggio si apre in una luce limpida, razionale, toscana. Non c'è notte. Il Natale non è buio squarciato dalla luce, è luce che semplicemente è. Piero dipinge un mondo in cui Dio non irrompe, ma si inserisce. La salvezza non violenta l'ordine, lo compie.
Ogni cosa è misurata, proporzionata, necessaria. Nessun gesto è superfluo, nessuna emozione eccede. È un Natale senza lacrime facili, senza retorica. Un Natale per adulti, per chi sa che l'amore vero è silenzioso, stabile, irrevocabile.
A destra Giuseppe siede con una naturalezza disarmante, le gambe accavallate su una sella, come un uomo che ha imparato ad aspettare. Le sue mani sono disegnate con una cura quasi amorosa, così come la pianta del piede nudo, perché in quel corpo concreto si misura la santità feriale. Non posa, non recita. Sembra discorrere con i due pastori alle sue spalle, frontali, solidi, veri. Uno di loro alza il braccio e indica il cielo, gesto antichissimo che tiene insieme terra e trascendenza: l'uomo parla, ma la verità non viene da lui.
Dal tetto della stalla si apre un foro, una ferita nella materia, e da lì si irradia una luce che corre sul muro di pietre. Non è una luce teatrale, è una rivelazione misurata, quasi geometrica. Piero la usa per dire che ciò che accade è prodigioso senza essere spettacolare. Il miracolo non sfonda, filtra. È una luce che entra perché qualcuno ha lasciato uno spazio.
Sotto la tettoia stanno il bue e l'asinello. Il bue tace, l'asino raglia, rompe l'armonia perfetta del canto angelico. Eppure non disturba, completa. Il mondo reale non è mai perfettamente accordato, e Dio nasce proprio lì, dove il sacro convive con il rumore, con la dissonanza. L'inclinazione del muso dell'asino bilancia, con una precisione quasi musicale, il braccio alzato del pastore: ciò che sembra casuale obbedisce a un ordine più alto.
Sulla tettoia si posa una gazza. È un dettaglio piccolo e inquietante. Tradizionalmente simbolo della follia umana, annuncia già ciò che verrà: l'incomprensione, il rifiuto, la Crocifissione. Il Natale non è mai isolato dal Venerdì Santo. Chi nasce qui è già consegnato all'errore dell'uomo. E nonostante questo, nasce.
La tettoia stessa, secondo una lettura acuta, si presenta come uno spartito musicale, con travi e linee che suggeriscono note. Il mondo diventa musica, la materia si fa canto. Gli angeli non portano solo un annuncio, ma rivelano che l'universo, per un istante, torna accordato. Non è un caso che Piero, pittore della misura e del numero, costruisca il Natale come un'armonia visiva prima ancora che teologica.
Lo sfondo si apre e si perde in lontananza, come se la storia avesse finalmente profondità. A sinistra un paesaggio rurale attraversato da un fiume tortuoso, le cui acque riflettono come uno specchio, secondo il linguaggio limpido e razionale di Piero. L'acqua riflette perché il mondo ora può riconoscersi. A destra, invece, uno scorcio urbano, verosimilmente Borgo San Sepolcro, la città dell'artista. È un gesto silenzioso ma potentissimo: il Natale non è solo accaduto allora, accade qui. Entra nella città dell'uomo, nella storia concreta, nella vita quotidiana.
In questa Natività tutto è equilibrio, ma non immobilità. Ogni gesto, ogni animale, ogni luce dice che il mistero non cancella il reale, lo assume. Piero della Francesca non dipinge un racconto, ma una struttura del senso. Ci mostra che Dio nasce in un mondo fatto di pastori che parlano, di asini che ragliano, di città che continuano a vivere. E proprio per questo, nasce davvero.
E così la Natività di Piero della Francesca si chiude senza chiudersi davvero. Resta aperta, come quella luce che filtra dal tetto, come il paesaggio che sfuma lontano, come la storia che continua a scorrere dopo la nascita. Nulla è concluso, tutto è avviato. Il Natale, qui, non è un episodio, ma una fondazione. È il momento in cui il senso prende dimora nella materia, senza distruggerla, ordinandola.
Piero ci consegna una lezione antica e severa: il mistero non ama il clamore, ma la misura; non l'eccesso, ma la fedeltà; non l'improvvisazione, ma l'armonia. È un linguaggio che oggi rischiamo di non capire più, e proprio per questo è urgente tornare a leggerlo, a decifrarlo, a custodirlo.
È in questo spazio di ascolto e di responsabilità che si colloca ARS EUROPA: non come nostalgia del passato, ma come atto di resistenza culturale e di speranza. Restituire senso alle immagini, rimettere in circolo il linguaggio simbolico dell'arte, significa preparare il futuro senza recidere le radici. Come in questa Natività, dove il nuovo nasce solo perché l'antico sa farsi silenzio.
Chi impara a guardare così non consuma le immagini, le abita. E forse, proprio da qui, può ricominciare a capire non solo l'arte, ma anche il tempo difficile che ci è dato vivere.
Cinzia Ligas- Presidente di Ars Europa (www.arseuropa.org)