Il respiro dell'arte: Stefania Agus porta la sua Arte a New York
di Francesca Callipari
In occasione della Mostra Internazionale "Italy calls the world" che si svolgerà a New York dal 21 giugno presso la Fridman Gallery, abbiamo avuto il piacere di intervistare Stefania Agus tra gli artisti selezionati per questo evento in videoesposizione.

1. Per iniziare racconta ai nostri lettori quando hai scoperto la tua passione e come hai capito che era per te un vero e proprio bisogno dell'anima?
Ho scoperto la mia passione quasi in silenzio, senza un momento preciso o una scena da film. È arrivata piano, nei periodi in cui avevo bisogno di dare forma a ciò che sentivo e non riuscivo a spiegare a parole.
All'inizio era solo un modo per osservare il mondo e me stessa con più attenzione, poi è diventato qualcosa di più profondo: un rifugio, una necessità, una voce.
Ho capito che non era solo una passione quando ho iniziato a sentire che, senza creare, mancava aria ai pensieri. Come se alcune emozioni potessero esistere davvero solo attraverso quello che realizzo.
Per me è questo il vero bisogno dell'anima: trasformare emozioni invisibili in qualcosa che possa essere visto, sentito e condiviso.
2. In questa mostra a New York, esporrai le tue opere in maniera digitale nel maxischermo della galleria, cosa rappresenta per te questa possibilità e quali emozioni stai provando?
Esporre le mie opere a New York, su un maxischermo all'interno di una galleria, per me significa vedere qualcosa che è nato in silenzio arrivare così lontano. È una sensazione difficile da spiegare, quasi irreale.
Le mie opere nascono spesso da emozioni intime, fragili, da pensieri che per molto tempo sono rimasti solo miei. Sapere che verranno viste in uno spazio così grande e vivo mi emoziona profondamente, perché è come lasciare una parte di me in mezzo al mondo.
Sto provando gratitudine, incredulità e anche un po' di paura, quella bella paura che arriva quando qualcosa conta davvero. Ma soprattutto sento che ogni passo fatto fino ad oggi, anche il più difficile, abbia trovato finalmente una luce nuova.

3. Il titolo dell'evento, "Italy Calls the World", evoca un ponte culturale necessario. Cosa ti ha spinto ad aderire a questo progetto e quale aspetto di questo progetto senti più vicino alla tua ricerca?
Quello che mi ha spinto ad aderire a questo progetto è stata proprio l'idea del ponte. "Italycalltheworld" non è solo un evento, ma un incontro tra storie, sensibilità e modi diversi di vedere il mondo attraverso l'arte.
Mi sono sentita vicina a questo progetto perché la mia ricerca nasce dal desiderio di comunicare emozioni universali, anche quando partono da esperienze molto personali. Credo che l'arte abbia la capacità di superare lingue, distanze e differenze, arrivando direttamente in quella parte più autentica delle persone.
L'aspetto che sento più vicino alla mia visione è proprio questa possibilità di connessione: trasformare qualcosa di intimo in qualcosa che possa appartenere anche agli altri. Come una finestra accesa nella notte, vista da qualcuno dall'altra parte del mondo.
4. New York è una città che non si ferma mai. Cosa pensi che il pubblico newyorkese possa trovare di "necessario" o rigenerante nella tua arte?
In una città che corre continuamente come New York, credo che la mia arte possa offrire un momento di sospensione. Uno spazio in cui fermarsi, anche solo per qualche istante, e tornare ad ascoltare ciò che spesso il rumore quotidiano copre.
Le mie opere non cercano di essere perfette o rumorose, ma vere. Parlano di fragilità, silenzi, emozioni trattenute e identità. Penso che, proprio in un luogo così veloce e pieno di stimoli, possa diventare necessario ritrovare qualcosa di autentico, umano, quasi intimo.
Se qualcuno guardando una mia opera riuscisse a sentirsi meno solo, o semplicemente compreso senza bisogno di parole, allora credo che la mia arte avrebbe già trovato il suo posto lì.
5. Parlaci delle tue opere selezionate per questo evento e di ciò che vorresti trasmettere attraverso di esse
Le tre opere selezionate per questo evento rappresentano tre parti profonde del mio percorso interiore. Sono immagini diverse tra loro, ma tutte parlano di me, delle trasformazioni che ho attraversato e del modo in cui ho imparato a convivere con le mie emozioni.
La prima opera, quella immersa nelle nuvole, rappresenta la mia parte più silenziosa e libera. È la spensieratezza che resiste nonostante tutto, quel luogo interiore in cui riesco ancora a respirare profondamente e a vedere un'uscita, una possibilità. Le nuvole coprono, ma allo stesso tempo alleggeriscono: è lì che mi sento sospesa tra fragilità e libertà.
La seconda opera, con il volto coperto dalla calza, racconta invece una fase di passaggio. Un momento delicato in cui non ero più ciò che ero stata, ma non ero ancora diventata la persona che desideravo essere. È un'identità che cambia pelle, che si nasconde mentre prova a rinascere. In quell'immagine c'è il peso dell'attesa, ma anche la forza silenziosa della trasformazione.
L'ultima opera, in bianco e nero, è forse la più viscerale. Rappresenta il ritrovare un'anima rimasta incatenata nei luoghi abbandonati. Mi immergo spesso in questi spazi decadenti perché sento che custodiscono memoria, dolore e verità. Attraversarli significa attraversare anche me stessa. Cerco di uscirne intera, per ricordare ciò che è stato, ma mai per restare prigioniera del passato.
Attraverso queste opere vorrei trasmettere l'idea che anche nelle crepe, nel silenzio e nelle fasi più fragili, possa esistere una forma di rinascita.
