Intervista all'artista Fernando Mangone, tra i protagonisti dell'evento "Italy calls the World"

24.04.2026

di Francesca Callipari

In occasione della Mostra Internazionale "Italy calls the world" che si svolgerà a New York dal 21 giugno presso la Fridman Gallery, abbiamo avuto il piacere diintervistare il Maestro Fernando Mangone, tra gli artisti selezionati per questo evento.
Fernando Mangone - New York
Fernando Mangone - New York

1. Maestro, la sua biografia racconta che fin da adolescente ha rivelato un talento naturale per le arti visive. C'è stato un momento preciso, un'immagine o un incontro, in cui ha capito che l'arte non sarebbe stata solo una passione, ma il linguaggio di tutta la sua vita?

La mia arte è nata in modo del tutto naturale, quasi per caso, ma in realtà era già dentro di me fin da bambino. Disegnavo continuamente, era un gesto spontaneo, istintivo. Già da piccolo facevo ritratti, e spesso tutto questo avveniva a casa di mia nonna, un luogo che per me è stato importante anche nella scoperta dell'arte. Parallelamente c'era la musica, che ha avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione emotiva. Ho studiato tastiera e organo, e l'incontro con la musica dei Rolling Stones è stato molto importante: quella forza, quella libertà espressiva, quella vibrazione emozionale mi hanno segnato profondamente. Poi, sfogliando delle vecchie riviste proprio a casa di mia nonna, ho scoperto i grandi maestri della pittura: Duccio di Buoninsegna, Giotto, Piero della Francesca, Masaccio. Lì ho capito che la pittura non era solo una passione, ma una strada. A un certo punto ho dovuto scegliere tra musica e pittura, e ho scelto la pittura. Da allora ho continuato a studiare, a lavorare e ad allenare ogni giorno questo talento.

2. Portare la propria arte a New York è un traguardo iconico. Cosa prova in questo momento sapendo che le sue visioni stanno per incontrare il pubblico della metropoli per eccellenza?

New York è una città fortemente emozionale, una città che vibra, e per questo sento che si rapporta molto bene con la mia arte. In realtà ci siamo già arrivati con la presentazione del catalogo L'Atlante dell'Arte al Metropolitan Museum, e quest'anno ci sarà anche il MoMA di San Francisco, quindi è un percorso che continua con grande soddisfazione. Essere stato selezionato per questa mostra internazionale mi rende davvero felice. Portare il mio lavoro in una città come New York significa confrontarsi con un pubblico aperto, dinamico, abituato alla grande arte e alle grandi energie. È una responsabilità, ma anche una gioia profonda.

3. Quando un visitatore si ferma davanti a una sua tela, quale "vibrazione" o emozione vorrebbe che scattasse?

Vorrei che scattasse una sensazione positiva, qualcosa di profondamente emozionale che faccia stare bene. La mia missione, attraverso l'arte, è proprio questa: trasmettere benessere, serenità, energia positiva. Credo che l'arte debba avere una funzione umana, quasi terapeutica: deve aprire uno spazio interiore di pace. Quando qualcuno guarda una mia opera, spero che possa sentirsi meglio, anche solo per un momento. Questo per me è fondamentale.

4. La mostra si chiama "Italy calls the world". In un momento storico così complesso, crede che la pittura possa ancora fungere da ponte umano capace di unire culture diverse attraverso la bellezza?

Assolutamente sì. Io penso che l'arte possa salvare il mondo. La bellezza ha una forza universale, supera le lingue, le distanze, le differenze culturali. Quando un'opera arriva al cuore, crea immediatamente una connessione umana. Oggi abbiamo bisogno di pace, serenità e positività. L'arte può essere un ponte reale tra le persone, perché parla direttamente all'anima. Io credo molto in questa responsabilità dell'artista: portare luce, energia positiva e un messaggio di armonia.

5. Guardando il dipinto dedicato a New York, si nota una forza gestuale che sembra figlia della sua esperienza nel campo dei murales. Quanto c'è della sua memoria di "spirito nomade" in queste pennellate e come è riuscito a racchiudere il caos elettrico di Manhattan dentro i confini di una tela, mantenendo però quel calore cromatico che richiama in qualche modo le sue radici mediterranee?

C'è moltissimo del mio percorso nella Street Art e nei murales. Ho attraversato tante città europee: ho lavorato in Olanda, a Berlino, a Londra, a Firenze, Roma e in molte altre città italiane ed europee. Questo spirito nomade ha lasciato un segno forte nel mio gesto pittorico. Il segno nasce dalla costanza, dall'allenamento, dal lavoro quotidiano. Bisogna esercitarsi continuamente, trovare il proprio ritmo, la propria energia. Manhattan ha un caos elettrico, una forza visiva straordinaria, ma io ho cercato di racchiuderla mantenendo il mio calore cromatico, che viene dalle mie radici mediterranee. Anche dentro una metropoli come New York, porto sempre con me la luce, il colore e quella sensibilità del Sud che appartiene profondamente alla mia visione artistica.


Grazie! Vi invitiamo a seguire l'artista in questo prossimo evento a New York e attraverso il suo sito.

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