Dall'Italia a Manhattan: intervista all'artista Sabrina Marelli
di Ilaria Rippa
In occasione della Mostra Internazionale "Italy calls the world" che si svolgerà a New York dal 21 giugno presso la Fridman Gallery a cura di Francesca Callipari, abbiamo avuto il piacere di intervistare Sabrina Marelli, tra gli artisti selezionati per questo importante evento.

1. Ciao Sabrina, quale ruolo deve avere, secondo te, l'arte oggi? E quale messaggio cerchi di comunicare con le tue opere?
L'arte, per me, è fondamentale. È uno strumento che stimola il pensiero critico, favorisce lo sviluppo cognitivo e crea connessioni sociali. È un linguaggio universale, capace di affrontare temi sociali e di raggiungere persone di ogni razza, genere ed età. Proporla ad un pubblico significa amplificarne il senso: l'opera smette di essere solo mia e diventa spazio di dialogo, confronto e condivisione.
2. A questo proposito, Tunnel Distopico è l'opera selezionata per la mostra a New York dal titolo Italy Calls the World!. Il titolo preannuncia un messaggio forte ed importante, opposto, per l'appunto, all'utopia. Ti andrebbe di raccontarci qualcosa in più?
Tunnel Distopico
rappresenta l'opposto dell'utopia. Se l'utopia è spazio aperto, luce e promessa
di futuro, qui il tunnel si chiude su se stesso: la prospettiva crolla e non
libera, ma imprigiona.
Mentre l'utopia immagina un ordine che serve l'uomo, Tunnel Distopico mostra un ordine che lo controlla. È
l'architettura della paura: geometrica, ripetitiva, senza scopo se non quello
di contenere.
3. In quest'opera, come in Duplicazioni Interiori; che abbiamo visto durante gli Olympus Arts Awards, sono presenti elementi e forme geometriche. Quale funzione gli attribuisci e cosa rappresentano per te?
Perché dipingo geometrie? Non scelgo la geometria. La riconosco. Non è ossessione, è risonanza. La mia attrazione per le geometrie non nasce dalla testa, ma da qualcosa di più profondo. Forse il mio inconscio conosce già le leggi universali. Non le sto inventando quando dipingo, le sto ricordando. Per questo, dipingere forme perfette mi dà pace. In quei momenti smetto di imporre la mia volontà e inizio ad ascoltare. La mano non segue l'ego, segue un ordine antico che è dentro di me, prima ancora che fuori. Non creo geometria, testimonio la geometria che già esiste e di cui faccio parte. Ogni quadro è un atto di allineamento, un modo per superare il "me" quotidiano e rientrare nel linguaggio madre dell'universo.
4. Qual è o quali sono i tuoi colori preferiti?
Non ho dei colori preferiti, perché non vivo il colore come una scelta estetica fissa, ma come un'esigenza narrativa. La mia tavolozza è in costante evoluzione: mi piace spaziare attraverso tutte le gamme cromatiche possibili, spingendomi spesso verso accostamenti inaspettati e contrasti audaci.Per me, il colore non è un semplice riempimento della forma; è un linguaggio vivo, esattamente come lo sono la pennellata o la geometria. Credo fermamente che ogni tonalità sia uno strumento fondamentale per caratterizzare le emozioni: un accostamento insolito può trasmettere un senso di inquietudine, una sfumatura improvvisa può evocare una memoria. Spaziare nell'intero spettro cromatico è il mio modo per non porre limiti alla voce dei miei quadri e alla complessità degli stati d'animo che voglio raccontare.
5. Ti sentiresti di definire le tue opere come collegate da un fil rouge?
Il filo
conduttore della mia arte è l'identità. Dipingo persone eleganti, spesso con
vestiti d'epoca (La Prescelta), ma
poi copro o spezzo i volti con forme geometriche: quadrati, rettangoli, linee
nette.
Quelle forme sono come maschere. Raccontano che non mostriamo mai tutto di noi.
Una parte la facciamo vedere, una parte la teniamo nascosta. In alcuni quadri,
porto questo ancora più avanti e creo delle realtà distorte, quasi distopiche.
Lascio che la scena elegante si rompa, come se fosse un sogno che si incrina o
un futuro che non torna. È il mio modo per dire che la realtà non è mai
perfetta: ha sempre delle crepe. In poche parole: uso le forme per parlare di
chi siamo davvero, dietro l'apparenza, e di come la realtà può deformarsi
intorno a noi.