Da Milano a New York: il modello espositivo della curatrice Francesca Callipari
di Alexandra Zita
Il fascino del Made in Italy nel mondo non basta più da solo: per continuare a essere un asset strategico, la promozione culturale italiana all'estero deve oggi reinventarsi. La risposta a questa sfida arriva da New York, dove dal 21 al 24 giugno 2026 la celebre Fridman Gallery (Lower East Side) ospiterà "Italy Calls the World", un'ambiziosa rassegna collettiva capace di far dialogare arti visive e poesia, patrocinata da Comites New York e sostenuta da diversi sponsor italiani ed internazionali.
Dietro le quinte di un evento così internazionale, però, non c'è solo arte, ma anche una complessa macchina organizzativa. Ne abbiamo discusso con la storica dell'arte e curatrice Francesca Callipari, analizzando da vicino le strategie e il lavoro di networking che hanno reso possibile questo ponte culturale tra Italia e Stati Uniti.

1. Francesca, come si inserisce il progetto "Italy Calls the World" nelle attuali dinamiche di internazionalizzazione dell'arte contemporanea?
«Il progetto nasce dalla necessità di superare i tradizionali confini geografici della promozione culturale, proponendo un modello di internazionalizzazione bidirezionale. L'Italia, storicamente hub d'eccellenza, non si limita a esportare i propri talenti, ma si fa promotrice di un network corale, invitando artisti da diversi contesti mondiali a dialogare a New York. In un mercato dell'arte globale e frammentato, la Fridman Gallery diventa così una piattaforma strategica in cui il valore culturale si trasforma in valore di posizionamento internazionale.»

2. La selezione delle opere unisce vari mezzi espressivi dalla pittura alla poesia. Qual è la logica strategica dietro la scelta di un format così eterogeneo e cross-mediale?
«Oggi un format espositivo per essere competitivo all'estero deve intercettare la complessità dei linguaggi contemporanei. L'ibridazione tra arti visive e testo poetico risponde a una precisa logica di mercato: ampliare i target di pubblico e creare un'esperienza immersiva. Dal punto di vista curatoriale, l'eterogeneità dei mezzi espressivi permette di mappare le tendenze reali della creatività odierna, offrendo a collezionisti e investitori una panoramica completa, sostenuta da un solido apparato critico e da un catalogo appositamente distribuito.»
3. Quali criteri ha seguito per la selezione?
«Cercavo l'autenticità e l'urgenza espressiva. Nella selezione ho voluto creare un perfetto equilibrio tra artisti italiani, portatori di una tradizione che si rinnova costantemente, e talenti internazionali provenienti da contesti geografici e culturali molto differenti. Non mi sono focalizzata su un singolo stile o medium: in mostra convivono pittura, fotografia, scultura e arte digitale. Il criterio fondamentale è stato la capacità di ogni opera di rispondere alla "chiamata", portando una visione unica sulle sfide, le emozioni e le speranze del nostro tempo.»
4. Lei e anche giornalista, saggista, nonché fondatrice di "I Love Italy News". Quanto conta oggi per un curatore saper gestire la comunicazione e l'editoria d'arte?
«È fondamentale. Il ruolo del curatore non finisce il giorno del vernissage, ma include la responsabilità di far viaggiare le opere oltre le pareti fisiche della galleria. La mia esperienza editoriale mi ha insegnato che i cataloghi (come il volume ufficiale cartaceo pubblicato per questa mostra) e la presenza sui canali web e social sono strumenti divulgativi potentissimi per dare continuità al lavoro degli artisti. La comunicazione strategica e l'Art Advising oggi servono proprio a questo: proteggere il talento e renderlo accessibile ovunque, da Milano a Manhattan, nello stesso momento.»
5. La mostra alla Fridman Gallery apre in un momento cruciale per il Bowery, ovvero a pochi mesi dalla riapertura del New Museum che si trova a pochi passi dalla galleria. Che tipo di accoglienza si aspetta dal pubblico e dai collezionisti della Grande Mela?
«La riapertura del New Museum è per noi un'opportunità straordinaria. Il quartiere Bowery è vivace e molto attivo in questo periodo… Il pubblico di New York è estremamente ricettivo, dinamico e privo di pregiudizi e d'altro canto "Italy Calls the World" è già stata inserita nelle guide culturali ufficiali della città, come What's On In New York. Questa visibilità permetterà ai nostri artisti di confrontarsi direttamente con il cuore pulsante del sistema dell'arte mondiale.»
